Manuela Micelli – Il ruolo sociale della musica non professionale
Articolo redatto da Manuela Micelli in preparazione della seconda conferenza del ciclo “Per gioco e per amore“, dal titolo “Il ruolo economico e sociale della musica non professionale: costo o ricchezza per il territorio?“
La musica non professionale: che cos’è? Qual è il suo valore, per chi la pratica, e per chi la ascolta?
la musica non professionale è quella di coloro che suonano e/o cantano amatorialmente nel tempo libero dal lavoro, avendo oppure no una formazione musicale alle spalle più o meno approfondita. Gli amatori hanno sempre passione, spesso competenza, a volte conoscenza approfondita della musica. E magari suonano anche molto bene… Ma non conoscono lo stress di “fare tutto giusto” che ossessiona il professionista. Non vivono i mille condizionamenti che di ogni professione sono tipici. Per un musicista amatoriale ogni battuta spesso è una conquista e di conseguenza emozione. Fare musica assieme per passione richiede tempo, sforzi e tenacia, ma procura anche la gioia dello stare immersi in un mondo di bellezza, condivisione e sostegno.
Il circuito di musica classica amatoriale in Europa è un enorme bacino di persone colte, con una certa disponibilità economica e interessi sofisticati nel campo della cultura (4.000 orchestre amatoriali in UK, 1.300 in Germania, circa 100 in Olanda e in Norvegia). Queste persone amano viaggiare e hanno consolidato varie tipologie di turismo musicale. Esistono infatti associazioni piuttosto consistenti (Eurorchestries, EoFed – Federazione Europea delle Orchestre Amatoriali, I Cambristi di Bruxelles) che organizzano festival e rassegne muovendo centinaia, se non migliaia di musicisti amatori.
In Italia invece gli amatori sono pochi rispetto ad altri Paesi. Esistono circa 25-26 orchestre amatoriali includendo anche semplici scuole di musica, gruppi giovanili eccetera. Gli effetti di una scarsa educazione musicale si riverberano anche nella minor diffusione della pratica musicale dei singoli. Questo lo si può verificare comparando i dati sulla vendita degli strumenti musicali (in riferimento ad una fascia di popolazione tra i 5 ed i 70 anni): la spesa pro capite per strumenti musicali in Italia è pari a circa 6 €/ persona, valore sensibilmente più basso rispetto ai 14,72 €/persona della Germania, i 13,72 €/persona della Francia o i 10,05€/persona del Regno Unito.
Per quanto riguarda i cori le cose vanno un po’meglio, la situazione italiana è in movimento, anche se pure in questo caso partiamo da una posizione svantaggiata. In Germania e in altri paesi alla fine del liceo sai leggere la musica: a scuola ti hanno insegnato a leggerla cantando. Se hai studiato anche canto, potrai anche diventare un cantante. Altrimenti farai altro nella vita, ma potrai andare in qualsiasi coro e cantare, con lo spartito in mano. La situazione tipica italiana, fino a non molto tempo fa, vedeva da un lato i cori professionali, dall’altro i cori amatoriali che facevano un repertorio di montagna o di canti della Prima guerra mondiale, o di canti di ispirazione “popolare”. Oggi però c’è una evoluzione, sia nel senso della diffusione dell’attività corale nella scuola sia nel senso dei repertori: non soltanto evoluzione verso un repertorio più “colto”, ma anche verso un repertorio “colto” di nuova produzione. Feniarco per es. lavora per costruire questi legami fra coralità e composizione, e ne è un esempio l’Officina corale del futuro, che affianca alle finalità puramente musicali quelle di prevenzione di possibili forme di disagio, emarginazione, isolamento. L’attività corale in quanto tale favorisce dialogo, condivisione e responsabilizzazione. E così diventa anche un importante presidio socioculturale.
Milano anche da questo punto di vista è la punta di diamante, ricca com’è di iniziative amatoriali in campo musicale: abbiamo un’ottantina di cori amatoriali, e poi ci sono le bande, le band, le orchestre, le orchestre giovanili che si stanno moltiplicando anche all’interno di varie istituzioni.
L’esperienza di AIMA – Associazione Italiana Musicisti Amatori, al momento la più grande organizzazione di musica amatoriale italiana – è meritevole di particolare attenzione. AIMA ha organizzato finora due Festival (Festival delle Orchestre Amatoriali Europee a Cremona, con oltre 1.500 musicisti partecipanti, Festival della World Federation of Amateur Orchestras a Milano in collaborazione con MiTo Settembre Musica, con 100 musicisti da 5 continenti), ed annualmente propone workshop in collaborazione con il Conservatorio di Como (circa 40 partecipanti da Svizzera, Belgio e UK), oltre a gemellaggi con orchestre straniere (da Norvegia, Olanda e Svizzera).
Perché da noi la musica non professionale è poco sviluppata?
Per tradizione, nonostante l’Italia sia nota nel mondo come Paese del Bel Canto e abbia un passato musicale di illustri strumentisti e scuole, che costituiscono uno dei caratteri fondanti della nostra identità nazionale, la musica da noi è stata concepita come mestiere “artigianale”, priva di valenze formative generali, e per questo non è mai entrata nella scuola ordinaria come componente fondamentale degli studi. Sono stati “riformati” i Conservatori, che sono diventati tutti (circa 80!!!!) Università della musica, con pesante aggravio dei costi di iscrizione per le famiglie, e creazione di una massa di diplomati privi di sbocchi professionali (e perciò anche frustrati nelle loro aspirazioni), senza che si pensasse a costruire il percorso precedente. I tagli alla spesa pubblica si sono abbattuti pesantemente sul settore dell’istruzione, sicchè c’è sì, oggi, qualche liceo musicale, ma sono talmente pochi che non possono fare un lavoro capillare. Il proliferare di scuole, enti, soggetti privati, i cui costi di nuovo ricadono sulle famiglie, non può in alcun modo sopperire a tale carenza: non c’è al momento un’educazione musicale di base, una seria diffusione della cultura e della pratica della musica. Mentre in altri paesi c’è da sempre.
Come mai? La musica da noi è concepita come un costo, non come un investimento. Manca la consapevolezza che suonare fa bene alla salute, educa la mobilità del corpo, educa allo stare insieme, educa ad ascoltare, fa conoscere altre persone, è un modo per interagire con gli altri in un modo intelligente, colto, raffinato. Se si prendesse atto che la musica serve a formare cittadini migliori, forse uno sforzo si potrebbe fare. Quello che rimane escluso dalla nostra visuale è che anche per chi non è bravissimo la musica possa rimanere un valore, un valore che è essenzialmente sociale. Tra l’altro, lo sviluppo di una vera educazione musicale nella scuola di tutti potrebbe essere un modo di dar lavoro ai diplomati.
FOURNIER-FACIO, consulente artistico dell’Orchestra Mozart, ultimo gioiello di Abbado (intervista su Il Manifesto del 27/4/2019): “Le nuove generazioni non incontrano mai la musica classica, se non per tradizione di famiglia. Non si può amare un linguaggio che non si conosce. Le altre musiche, specie commerciali, dominano nei media e sui social network. Nel giro di dieci anni secondo me riscontreremo un calo di pubblico serio, la situazione rischia di diventare drammatica...”
Per la musica professionale la situazione è forse migliore?
Neanche per sogno. ci sono ben 76000 iscritti negli AFAM, con una crescita media del 7% annuale e un aumento dei diplomati del 60% rispetto a una decina di anni fa, che difficilmente trovano lavoro nelle orchestre o nei teatri (che chiudono), né riescono ad inserirsi nel mondo della ricerca per mancanza di fondi dedicati (mentre le biblioteche soffrono per carenza di personale); e se si orientano verso l’insegnamento sono destinati per lungo tempo al precariato.
Che rapporto c’è tra professionisti e amatori?
Amatori e professionisti sono due mondi in genere tuttora distanti tra loro, che a volte si toccano: ad es. il coro amatoriale de La Verdi. Sicuramente è una realtà straordinaria perché di impronta e spirito amatoriale ma con un’attività da coro professionale: le prove si tengono regolarmente più giorni a settimana e l’impegno è notevole per i repertori affrontati che vengono inseriti nel normale cartellone sinfonico
In che modo sostenere la musica amatoriale può costituire una ricchezza per il territorio?
La musica, bistrattata in Italia ad ogni livello, è tuttavia in grado di offrire una serie infinita di vantaggi sociali, culturali ed economici, a partire dal definire meglio l’identità di una città aumentandone la coesione sociale, fino al vedere incrementato il turismo, per finire con la creazione di nuovi posti di lavoro.
L’indotto che si genera intorno ad iniziative pubbliche, festival, celebrazioni, etc…. lo dimostra.
Naturalmente sarebbe necessario adottare una serie di politiche in collaborazione con le amministrazioni cittadine. Creare città “a misura di musica” non richiede necessariamente forti investimenti. Spesso si tratta semplicemente di favorire le comunità di musicisti locali, creare leggi semplici per regolamentare la musica live che semplificano la vita burocratica ad artisti, produttori, impresari, pub, locali e imprenditori, offrire alloggi a prezzi accessibili per gli appassionati, consentire al pubblico un facile accesso ai luoghi dedicati alla musica, offrire una varietà di generi musicali, anche di nicchia….
Il contributo che la musica amatoriale può dare in questo senso è notevolissimo: nonostante la limitatezza sia delle strutture che delle risorse economiche di cui dispongono, gli amatori – pur di fare musica – inventano occasioni e progetti, prendono accordi, diventano organizzatori di viaggi, trasferte e pernottamenti, noleggiano strumenti, fanno il facchino, il grafico o fotografo o ancora archivista, fanno promozione …etc.
La musica non professionale potrebbe essere di stimolo per un turismo culturale di qualità anche da un altro punto di vista: le “vacanze musicali”, dove chiunque suoni uno strumento, dal ragazzino principiante all’adulto con qualche anno di studio alle spalle, può incontrare altri musicisti con cui suonare assieme, imparando grazie alla musica anche a relazionarsi con persone assai diverse per età o cultura.
In questi tempi di post industriale e di grave crisi economica ed occupazionale si è scoperto che il terzo settore, quello della cultura, dell’arte e della creatività, è divenuto un motore trainante dell’economia, nel nostro paese in particolare.
In base a dati SIAE l’industria della cultura e della creatività genera più di 41 miliardi di euro e vale il 2,96% del PIL. Occupa oltre un milione di risorse (4% dell’intera forza lavoro italiana), superando i settori delle telecomunicazioni, dell’energia, quello automobilistico e alimentare.
Ciononostante l’intervento pubblico a sostegno della cultura è destinato a divenire sempre più marginale: così sempre più spesso, a fianco dei fondi pubblici, compaiono dei fondi privati offerti da finanziatori e sponsor più o meno grandi (grazie anche all’introduzione dell’art bonus = detrazioni fino al 65% per Enti e Imprese che fanno donazioni a fini culturali)
A fronte dei pesanti tagli della spesa pubblica per la cultura richiamano un grande interesse il Sistema delle Orchestre e dei Cori – Nuclei giovanili e infantili, in breve SONG, una organizzazione non lucrativa di utilità sociale fondata nel 2011 su impulso del maestro Claudio Abbado, che si impegnò sempre per rendere la musica un’opportunità alla portata di tutti, e il progetto Chorus, di Music Innovation Hub,dedicato all’educazione musicale e in particolare all’impatto sociale della musica.
Sono nate nelle Università discipline quali Economia della Cultura, Varie Associazioni come Symbola e Federculture puntano sullo sviluppo dell’industria creativa per ridare slancio all’economia, YE e SIAE
(insieme ad Assomusica, altri Enti e Associazioni di vario tipo) hanno dato vita al progetto Italia Creativa, che ha condotto indagini ed elaborato previsioni sulle potenzialità di sviluppo dell’industria della musica, i dati del turismo musicale mostrano risultati incoraggianti.
Sono nati su iniziativa della fondazione Cariplo, in collaborazione con gli Enti Locali, i Distretti della Musica, un progetto di marketing territoriale per promuovere il territorio nell’ambito musicale, valorizzandone gli aspetti della tradizione e dell’eccellenza, per es. della liuteria, dell’arte organaria e dei festival musicali in particolare.
In tutto questo fiorire di iniziative, la musica classica è negletta (per le ragioni suddette di scarsa educazione musicale della popolazione), occupando solo il 17% del valore complessivo dell’industria della musica. In ogni caso i dati non contemplano mai il possibile apporto della musica amatoriale allo sviluppo del settore.

