Perché in Italia nessuno conosce i 5 diritti musicali adottati dall’International Music Council?
L’IMC (International Music Council) è un’organizzazione fondata nel 1949 in seno all’UNESCO con la funzione di organo consultivo per il mondo della musica. Favorisce lo scambio di idee e riflessioni sul mondo musicale, promuove diversi tipi di musica a livello internazionale e sostiene il ruolo dei musicisti nel contesto dello sviluppo sociale, culturale ed economico.
L’IMC ha proclamato cinque diritti musicali che si fondano sul principio che la partecipazione musicale deve essere assicurata alle persone di tutte le età, garantendo il diritto a tutti i cittadini di esprimersi liberamente attraverso le arti.
Perché in Italia nessuno diffonde e porta avanti questi diritti?
5 DIRITTI MUSICALI
Il diritto di adulti e bambini a:
1. esprimersi musicalmente in libertà
2. imparare diverse abilità e linguaggi musicali
3. interagire con la musica attraverso la partecipazione, l’ascolto, la creazione, l’informazione.
Il diritto di tutti i musicisti a:
4. sviluppare la loro arte e comunicare attraverso i media e con strutture adatte a disposizione
5. ottenere il giusto riconoscimento e l’equo compenso per il loro lavoro
Forse è comprensibile che, in un paese con 88 Conservatori “professionalizzanti” (cioè poco meno del numero delle facoltà di Economia – 57 – e di Medicina – 43 – messe insieme), in tantissimi desiderino vivere di musica, anche se nemmeno in paesi virtuosi come la Germania (che ha 100 orchestre professionali, a fronte di una quarantina in Italia) la musica riesce a offrire tanti posti di lavoro quanti sono gli aspiranti musicisti professionisti. Non tutti hanno la fortuna di lavorare come musicisti.
Almeno però in Germania ci sono 1.500 orchestre sinfoniche amatoriali (quelle con almeno 40 musicisti amatori stabili sono, forse, 7 in Italia). Oltre a 21.300 cori – 2300 in Italia, 18.440 bande di ottoni – circa 2000 in Italia, 720 orchestre a plettro – 45 in Italia. Orchestre e gruppi dove chi non è riuscito a fare carriera può comunque divertirsi e trovare persone con cui condividere la propria passione, gioire dei capolavori della musica suonandoli e continuare a esercitarsi con lo strumento e a esprimere il proprio talento.
Nel nostro Paese tuttavia, persino un ente come il CIDIM – Comitato Nazionale Italiano di Musica, che “fin dal 1982, anno del suo riconoscimento come Comitato Nazionale Italiano Musica, ha partecipato attivamente a numerose iniziative internazionali in collaborazione con l’IMC“, intende “rivolgere la propria attenzione esclusivamente alle attività professionali“.
E come il CIDIM, quasi tutte le istituzioni, i teatri, le scuole, i docenti in Italia omettono qualunque considerazione alla diffusione della musica amatoriale. Gli amatori vengono considerati o un modo per risparmiare sui costi delle produzioni meno prestigiose o cattivi musicisti che non meritano dunque alcuna attenzione. La dignità della prassi musicale amatoriale, della musica suonata per passione e a titolo volontario, è negata per principio, ignorando il principio di base che per promuovere la musica va garantita a tutti la possibilità di esprimersi liberamente attraverso le arti, che dobbiamo poter essere tutti musicisti
Infatti, se si ritiene che solo pochi abbiano il diritto di potersi esprimere musicalmente, come si può sostenere anche che tutti debbano poter interagire con la musica partecipando e creando, ovvero suonando, indipendentemente dall’età, dalla professione o da qualunque altro fattore? Se si ritiene che l’unica musica valida sia quella professionale, come si può allo stesso tempo desiderare una società in cui la musica è una prassi diffusa e – forse – sono addirittura TUTTI MUSICISTI, anche se suonano solo per hobby?
Ed ecco dunque spiegato perché in Italia nessuno diffonde e promuove i 5 diritti musicali proposti da IMC: il fatto che suonare possa far bene a tutti – non solo a chi ha la fortuna, il talento e il rigore per farne una professione – non è un’affermazione sostenibile nemmeno per chi fa parte del comitato internazionale che lo afferma. E’ evidentemente un cortocircuito mentale e un grossolano errore di prospettiva.
Anche se ci si vuole occupare solo di musica professionale, va riconosciuta dignità anche alla musica amatoriale, come sostenuto da almeno due dei cinque diritti musicali (il n. 1, che sancisce il diritto di adulti e bambini a esprimersi musicalmente in libertà e il n. 3, che afferma il diritto di interagire con la musica attraverso la partecipazione e a livello creativo).
Beninteso, AIMA e i suoi membri sostengono pienamente i musicisti professionisti e, nonostante le loro limitazioni finanziarie, compensano adeguatamente i professionisti per il loro tempo e la loro competenza. Anzi, i musicisti appassionati, gli amatori (e in particolare gli adulti) sono il pubblico, gli allievi, i primi sostenitori dei bravi professionisti: vanno a lezione (e ci mandano i loro figli), ai concerti, comprano dischi, cd e strumenti.
Persino nel calcio la squadre professionali non sono poi così tante. E se hanno tanto seguito è solo perché esistono circa 4 milioni di amatori praticanti, giocatori del campetto sotto casa e del calcetto con gli amici. Pensate che solo i tesserati ufficiali sono quasi 1,4 milioni. Il tutto muove 32 milioni di spettatori. Pensate se si facesse la stessa cosa con la musica….
Un’amatorialità musicale sana, il cui scopo è fare comunità attraverso la musica – non effettuare pseudo-produzioni professionali o lezioni low cost – organizzata in associazioni di musicisti amatori trasparenti e indipendenti, sostiene il lavoro dei professionisti, generando economia musicale. Le sole orchestre amatoriali in UK generano un indotto di oltre 80 milioni di sterline ogni anno tra affitti sala, stipendio del direttore o dei tutor, affitto strumenti ecc… E ne giova anche il mercato degli strumenti, dei dischi, degli spartiti e delle attrezzature musicali, notoriamente sostenuto dagli amatori. In Italia questo indotto semplicemente non esiste.
La diffusione della prassi musicale amatoriale favorisce anche il vero talento attraverso la formazione di spettatori competenti che ascoltano e sono anche in grado – per aver suonato – di comprendere le reali sfumature tecniche di quel che accade e di apprezzare veramente l’esecuzione dal vivo (imparagonabile a qualunque registrazione).
Del resto, già nel Maggio 2011, l’European Music Council (EMC) ha emanato la Dichiarazione di Bonn (qui in versione italiana), che invita a definire a operare per garantire a tutti accesso alla musica, qualità dell’insegnamento e possibilità di mettere in pratica i principi e le esperienze musicali per contribuire a risolvere le sfide sociali e culturali del mondo di oggi.
In particolare, la dichiarazione di Bonn sostiene che l’educazione musicale deve essere un processo continuo, integrato, che perdura dalla nascita attraverso l’infanzia fino alla vita adulta. Sostiene anche la necessità di riconoscere maggiormente le opportunità musicali informali, a cui dev’essere assicurata maggiore visibilità, e quella di rimuovere barriere affinché sia possibile per chiunque, indipendentemente dall’età o particolari situazioni sociali, prendere parte attivamente all’attività musicale.
Per questo AIMA chiede agli amministratori pubblici e ai politici a livello locale, regionale, nazionale ed europeo:
– che aprano il dibattito sulla dicotomia tra inclusione e qualità, riconoscendo piena dignità al ruolo della pratica musicale anche al di là dei suoi aspetti professionali, come fattore di crescita individuale e sociale;
– che stabiliscano gli obiettivi dei progetti musicali anche con riferimento alle loro implicazioni sociali, valorizzando la musica amatoriale praticata a tutte le età: un hobby cooperativo, che permette di unire e parlare diversi linguaggi, allena il corpo e la mente, crea comunità e socialità;
– che sviluppino opportune politiche per sostenere, diffondere e dare visibilità alla pratica musicale amatoriale, esercitata per hobby e nel tempo libero, in modo da promuovere il diritto di tutti a potersi esprimere musicalmente e interagire con la musica partecipando e suonando;
– che regolino il rapporto tra le attività musicali amatoriali ed esercitate su base volontaria e quelle professionali, distinguendo i due ambiti ed evitando pericolose sovrapposizioni, ovvero garantendo che ai professionisti vada sempre tributato il dovuto riconoscimento e un equo compenso.
Articolo di Tommaso Napoli

