Sergio Lattes – La relazione fra pratica amatoriale della musica e l’istruzione musicale “formale”
Intervento di Sergio Lattes del 5/4/19 al convegno “More Music More Life” organizzato da AIMA e UTE
Abstract – C’è relazione fra scarsa diffusione in Italia della pratica musicale amatoriale e organizzazione dell’istruzione musicale. Su circa 80 Conservatori e assimilati solo 4 hanno dichiarato attività rivolte agli amatori. I Conservatori si considerano votati esclusivamente alla formazione dei professionisti. Questo peraltro non collima con i pochi dati disponibili sugli esiti professionali dei diplomati, che sembrano dire altro. I Conservatori d’altra parte non sono in genere molto attivi nel rapportarsi con il sistema dell’educazione musicale nella scuola generale, oggi più sviluppato di trenta/quaranta anni fa. Motivo comune a questi due atteggiamenti è il desiderio di non delegare ad altri – neppure ai diplomati che insegnano nelle altre scuole di musica – la formazione iniziale, nel convincimento che questa capacità non possa essere oggetto di trasmissione culturale, di insegnamento, di dibattito. E che sia invece possibile operare fra gli allievi, direttamente in Conservatorio, una selezione di tipo professionale in età molto precoce. Le nuove norme che inibiranno corsi pre-accademici di durata superiore ai 3 anni nei Conservatori potrebbero avviare il superamento di questa situazione.
Nonostante i confortanti sviluppi negli anni recenti, la pratica amatoriale della musica in Italia resta molto meno diffusa che nei principali Paesi europei. Ci sono ragioni storiche – e di queste parlerà qui Vonella – e ci sono ragioni inerenti il modo in cui è organizzata la formazione musicale, intendendo con ciò quella che si svolge nell’istruzione generale e quella specialistica che si svolge nei Conservatori e nelle istituzioni ad essi assimilate.
1) Istituzioni “professionalizzanti” e pratica amatoriale
In Italia ci sono oggi un’ottantina di istituzioni formative (“Alta formazione musicale”), i cui titoli sono stati resi sotto vari profili equipollenti a quelli universitari. Per la stragrande maggioranza sono istituzioni statali, e comprendono gli ex Istituti musicali pareggiati che dopo un lungo e faticoso iter – che ha provocato anche delle vittime fra le istituzioni stesse – sono stati statizzati. Queste istituzioni, molto diverse fra loro per dimensioni per anzianità e per tradizioni, sono tutte animate dal presupposto, profondamente sentito, di avere carattere “professionalizzante”. I loro percorsi formativi sono organizzati secondo il modello universitario europeo 3+2 (Bachelor e Master); il terzo livello (PhD o dottorato di ricerca) è tuttora assente nonostante la legge lo preveda.
Di conseguenza queste istituzioni sono, “per definizione”, poco disponibili verso il mondo dell’amatorialità musicale. Lo conferma una recente esperienza condotta dall’”Associazione per l’abolizione del solfeggio parlato” (un gruppo di docenti milanesi che edita il sito aasp.it e che si occupa, al di là del nome scherzoso, di alta formazione musicale in genere). L’associazione ha inviato a tutti i direttori dei Conservatori e istituzioni assimilate un paio di domande, la prima delle quali concerneva appunto l’esistenza di attività rivolte alla pratica amatoriale. Hanno risposto positivamente solo 4 istituti, e specificamente:
Ravenna (ex IMP): un coro di adulti con annesso corso obbligatorio di alfabetizzazione musicale, e un corso di storia della musica rivolto agli amatori.
Como: ospita i seminari estivi di AIMA (Associazione italiana musicisti amatori)
Verona: corsi di strumento e di direzione “aperti ad amatori e adulti non interessati al conseguimento di un titolo”; seminari di storia della musica e di direzione di coro.
Padova: corsi per amatori senza soglie né di livello né di età (“i corsi sono per tutti”); possibile partecipazione, previa verifica di adeguatezza, a orchestra e gruppi del Conservatorio; accesso alle discipline teoriche, su richiesta. Flessibilità degli orari per venire incontro alle esigenze lavorative degli amatori.
Pur con queste lodevoli eccezioni, l’esiguità delle risposte trova puntuale riscontro nella conversazione (recentemente pubblicata su aasp.it) con Antonio Ligios, presidente della Conferenza dei direttori dei Conservatori, il quale sul punto dichiara: Purtroppo l’atteggiamento prevalente è lo scarso interesse. Nell’ambito della formazione musicale permanente si potrebbe dar luogo a iniziative di questo tipo, anche destinate agli adulti. Sarebbero preziose per tener vivo un vivaio del pubblico. Ed è un terreno su cui in Italia si fa poco. Anche fra le Fondazioni lirico-sinfoniche solo alcune sono impegnate su questo tema. E non mi riferisco ovviamente alle matinées per le scuole, ma a iniziative specifiche per la formazione del pubblico, che aiutino a “leggere” la musica, lo spettacolo teatrale e così via. I Conservatori fanno poco.
A ciò bisogna aggiungere una considerazione. La riforma dei Conservatori (1999), rendendo equipollenti i titoli a quelli universitari (almeno sotto alcuni aspetti), ha introdotto come le Università un regime di incompatibilità fra la frequenza a più istituzioni del medesimo livello. E’ quindi diventato impraticabile il modello, abbastanza diffuso con il precedente ordinamento almeno in ambiente sociale colto, dello studente che seguiva sia il Conservatorio, magari diplomandosi brillantemente, sia altri studi – liceo e Università, andando poi a fare un’altra professione ma conservando un forte attaccamento alla pratica musicale, per l’appunto amatoriale. Il meccanismo che ha cercato di mantenere pervio questo canale (un “doppio” triennio in 4 anni con piano di studi concordato fra le due istituzioni di pari livello) è francamente macchinoso e credo poco seguito.
Il rapporto difficile fra Conservatori e amatori non è caratteristica solo italiana. Nel 2004 un sociologo francese, Pierre François, ha pubblicato un breve saggio dal titolo Che cos’è un musicista? Professionisti e amatori (reperibile in internet all’url: http://pierrefrancois.wifeo.com/documents/Encyclopdie.pdf). Nel testo si legge:
Uno dei tratti che distinguono più fortemente la musica dalle altre pratiche amatoriali è il ruolo che vi svolge l’insegnamento specifico: legato alla precocità dell’inizio dello studio, questo ruolo tende a ricondurre in larga misura la pratica musicale amatoriale in una logica di apprendistato. Questo apprendistato, in Francia, s’iscrive in un progetto che porta immediatamente in direzione dell’eccellenza e della professionalizzazione. A una domanda di musica estremamente eterogenea, il Conservatorio quale si è venuto configurando in Francia risponde con un’offerta unica: musica cosiddetta “classica”, virtuosismo tecnico, comprensione intellettuale della musica, pratica collettiva per archi e fiati ne sono i pilastri. Così la pratica amatoriale viene iscritta in un progetto di tipo professionale. Inutile ricordare a questo proposito che il Conservatorio italiano fu riorganizzato, nel 1918 e più ancora nel 1930, sul modello francese.
Se dunque il carattere “professionalizzante” delle circa 80 istituzioni italiane è all’origine del disinteresse verso la pratica amatoriale, non si può a questo punto tacere qualche osservazione su questo presupposto che viene trattato come un postulato indiscusso. Quali sono gli “strumenti di misura” del carattere professionalizzante?
Uno di essi potrebbe essere la verifica degli esiti professionali dei diplomati. Ma dati di questo tipo non esistono: né il Miur né i singoli Conservatori ne dispongono. Solo in anni recenti alcune istituzioni del comparto hanno aderito al consorzio interuniversitario Almalaurea, e ne sono sortiti alcuni dati molto parziali e molto “giovani”, cioè riferiti a soli 2 anni dopo il conseguimento del diploma – e beninteso relativi solo alle istituzioni aderenti al consorzio. Occorre tener conto che per ottenere dati significativi è necessario ritrovare i diplomati dopo uno, tre, cinque anni dal conseguimento del titolo, intervistarli, e poi elaborare i dati. Le segreterie degli istituti non sono in grado di farlo, e perciò l’attuabilità è legata al reperimento di fondi ad hoc.
In proposito giova riportare un altro passo della citata intervista al presidente della Conferenza dei direttori:
Con Almalaurea sto tentando una collaborazione per ottenere dati più significativi di quelli finora disponibili. Ma c’è un ritardo culturale, e lo prova il disorientamento che si è visto anche ai recenti Stati Generali indetti dal Miur, quando alle figure apicali degli istituti è stato somministrato un questionario che comprendeva anche il tema del placement. [=Sono rimasti disorientati di fronte alla domanda, NdR]. C’è un sostanziale disinteresse nei confronti degli effetti dell’attività di formazione rispetto al mondo del lavoro.
Un secondo strumento di verifica del carattere professionalizzante potrebbe essere la rilevazione della congruenza fra obiettivi formativi ed esiti professionali. A questo proposito giova citare un documento presentato da DDM-GO (Gruppo operativo dei docenti di Didattica della musica nei Conservatori) ai recenti “Stati generali” delle istituzioni di alta formazione artistica indetti dal Miur nello scorso febbraio. Il documento riferisce i risultati di una rilevazione sugli esiti professionali compiuta dallo stesso Gruppo su un campione di circa 3000 diplomati. Nel documento si legge:
Il dato più rilevante riguarda il rapporto tra formazione e occupazione, dove si evidenzia come a fronte di una formazione preminentemente d’indirizzo interpretativo (integrata in un quarto dei casi da una formazione comunque didattica) l’85% circa dichiara la propria occupazione nel settore dell’insegnamento. I dati empiricamente raccolti evidenziano pertanto in modo inequivocabile quali siano i concreti sbocchi occupazionali: rappresentati in larghissima percentuale dal lavoro in campo didattico, a fronte di un mercato del lavoro capace di offrire un’occupazione in campo artistico purtroppo solo nel 10% dei casi.
Il senso del brano sopra riportato è quello di una scarsa congruenza fra obiettivi formativi e concreti esiti occupazionali. A questo punto è forse lecito dire che il “carattere professionalizzante” di questo nutrito stuolo di istituti è un teorema ancora da dimostrare.
2) “Alta formazione” e istruzione musicale sul territorio
Una seconda caratteristica – come vedremo correlata a quanto detto finora – del sistema dei Conservatori è quella della loro difficoltà, o resistenza, a mettersi in relazione con il sistema dell’educazione musicale nell’istruzione generale. Quest’ultimo in Italia è storicamente carente, ma negli ultimi decenni ha conosciuto degli sviluppi, seppure parziali e discontinui, che lo hanno profondamente modificato. Se nella scuola primaria l’intervento è ancora assai incerto (è definito dal DM 8/2011), a livello della secondaria inferiore il sistema comprende oggi circa 2000 scuole a indirizzo musicale e nella fascia successiva 135 licei musicali, cui vanno aggiunti 10 licei musicali paritari.
Oltre al sistema delle scuole statali vanno ricordate le numerose scuole civiche di musica e un numero incerto ma certamente ampio di scuole private. In Lombardia, in particolare, le scuole civiche sono per tradizione numerose e formano quasi un sistema. Nella città di Milano (che oviamente non può essere assunta come campione di significato nazionale) secondo una ricerca effettuata dalla Civica Scuola C. Abbado nel 2018 l’offerta di formazione musicale per la sola fascia 8-13 anni (quella più consueta per l’inizio degli studi musicali) consiste in:
– 4 scuole primarie con progetti musicali definiti secondo il DM 8/2011
– 27 scuole secondarie di primo grado a indirizzo musicale
– 28 scuole musicali private che offrono attività di formazione per la fascia d’età 8-13.
Nei confronti di questo sistema discontinuo ma diffuso il Conservatorio, in quanto depositario dei saperi disciplinari, dovrebbe e potrebbe farsi centro di riferimento, di coordinamento, di irradiazione di competenze. Fra l’altro,questo era prefigurato anche nella legge di riforma (508/99) laddove si prevedevano facoltà di convenzionamento, nei limiti delle risorse attribuite a ciascuna istituzione, con istituzioni scolastiche per realizzare percorsi integrati di istruzione e di formazione musicale o coreutica anche ai fini del conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore o del proseguimento negli studi di livello superiore.
Questo sostanzialmente non è avvenuto se non in minima parte. Cito il caso del Conservatorio di Como, che si è cooordinato con un importante numero di scuole del territorio (29 se ricordo bene) per l’armonizzazione dei percorsi formativi della fascia anteriore agli studi accademici, anche in vista dell’accesso agli stessi da parte degli studenti di tali scuole. E 29 scuole per un Conservatorio piccolo come quello di Como sono un numero elevato, che in una grande città dovrebbe corrispondere a centinaia di scuole.
Ma anche qui vorrei citare il parere del presidente della Conferenza dei direttori, nella conversazione pubblica sopra citata: Vorrei ricordare che le agenzie formative che agiscono in campo musicale sono molte, e non sono solo quelle statali. Ci sono scuole comunali, ci sono scuole private, c’è l’insegnamento privato individuale. Ci sono le bande, sopratutto nel Sud, che svolgono un prezioso ruolo di formazione. Ci sono i cori amatoriali. Tutta questa ricchezza di formazione musicale di base non viene monitorata correttamente [dai Conservatori].
L’atteggiamento dei Conservatori verso l’educazione musicale della scuola generale è dunque di sostanziale estraneità, ma come vedremo in questo si nasconde un conflitto.
3) Indisponibilità verso la pratica amatoriale e indisponibilità a mettersi in relazione con il sistema dell’educazione/istruzione musicale nella scuola hanno una radice comune.
Questa radice sta nella indisponibilità dei Conservatori a delegare ad altre scuole la parte iniziale del percorso formativo. La cosiddetta legge “Buona scuola” ha condotto al DM 382/2018, con il quale vengono soppressi i corsi “pre-accademici” che tutti i Conservatori avevano istituito dopo la riforma per sostituire i precedenti corsi inferiori (e parte dei medi), cioè tutto quanto precede l’accesso al Triennio accademico. Per la preparazione alle prove di accesso al livello accademico le istituzioni potranno ora istituire dei corsi propedeutici della durata massima di 3 anni. E 3 anni non sono certo sufficienti a coprire il curricolo formativo necessario per accedere al livello accademico. Dunque i Conservatori dovranno “delegare” ad altri soggetti la formazione iniziale.
Questa norma ha suscitato una vera e propria rivolta, che ha provocato lo slittamento di 1 anno dell’applicazione del decreto e un contenzioso legale. In alcuni istituti, seguendo l’antica pratica di cambiare i nomi per non cambiare la sostanza, si è cominciato a ipotizzare corsi “pre-propedeutici”. Anche qui giova riportare il parere del presidente della Conferenza dei direttori:
Senza questa riforma [quella che abolisce i preaccademici e istituisce i propedeutici], i Conservatori si troverebbero oggettivamente in concorrenza/conflitto con l’istruzione generale, che prevede scuole medie a indirizzo musicale e licei musicali.
Voglio dire che i Conservatori potrebbero allestire – nell’ambito della formazione di base e di quella permanente e ricorrente – iniziative rivolte alla formazione iniziale per quei soli strumenti che non siano effettivamente “coperti” da quel sistema esterno e diffuso di formazione. Quindi se dovranno esserci dei corsi diciamo così pre-propedeutici saranno per oboe, corno, fagotto e certo non per pianoforte o flauto o chitarra.
Nell’aperta ostilità verso le nuove norme, di cui si è fatto cenno, ci sono certo ragioni “di bottega”: molte istituzioni non hanno abbastanza studenti di fascia accademica da poter utilizzare tutti i loro docenti, e quindi temono situazioni di soprannumero. Questo tipo di questioni va evidentemente affrontato in sede sindacale. Ma ci sono ragioni d’altra natura e più complesse.
L’argomento più frequentemente addotto è che i ragazzi che arrivano dall’esterno sono spesso “male impostati” allo strumento, e richiedono una faticosa e tardiva opera di “correzione”. Questo argomento conduce alla ragione profonda dell’ostilità ad abbandonare la fase iniziale del percorso formativo. Questa ragione è insita nella tradizione storica della didattica dei Conservatori italiani. Si tratta del diffuso convincimento che la didattica dello strumento sia un “sapere” non verbalizzabile, ma che vive solo nel concreto della relazione didattica “uno a uno” fra maestro e allievo, dove il maestro ripete il tipo di addestramento che a sua volta ha ricevuto dal suo maestro. Ogni trasmissione culturale di questo tipo di sapere è irrilevante. Quindi – a differenza di quanto accade in altre culture didattiche – non c’è spazio per libri, metodi, corsi, convegni, reti di comunicazione. Conta solo quel che accade in classe, fra due persone. E quindi non è possibile delegare ad altri la fase più delicata, quella dell’impostazione allo strumento. Anche se gli “altri” sono tutti, senza eccezione, diplomati di Conservatorio (l’Università ha tentato senza successo di avocare a sé la formazione degli insegnanti di musica). E in quanto tali, dovrebbero ben avere un terreno di comunicazione e d’intesa con il Conservatorio, cioè con i loro ex insegnanti.
A questo sistema i giovani allievi del Conservatorio pagano un prezzo molto alto. Nella fascia inferiore la mortalità scolastica è altissima, e non potrebbe essere diversamente visto che si tratta di selezionare nei primi anni (ricordo anche il meccanismo dell’”esame di conferma”) coloro che manifestino un successo tale da far sperare una continuazione degli studi a livello professionale (impresa peraltro assai incerta). Per una quota elevata di allievi – quelli che saranno espulsi dal sistema nei primi anni di Conservatorio – l’esperienza della musica rimarrà il ricordo di una vicenda frustrante, e difficilmente ne usciranno amanti della musica. Senza dire che l’immissione di un bambino o di un ragazzino in una classe di adulti con obiettivi “professionalizzanti” è una situazione innaturale e potenzialmente negativa da un punto di vista pedagogico (almeno nell’opinione più corrente; esistono in proposito anche altre “scuole di pensiero”).
Ma anche il Conservatorio paga un prezzo alto a questo sistema. Il numero di candidati su cui si esercita la selezione dei talenti è limitato a quelle poche decine o centinaia di giovanissimi i cui genitori possono prendere in considerazione l’eventualità di accompagnarli e riportarli 2, 3 o 4 volte alla settimana in un istituto che in genere è al centro di una grande città: una selezione su piccoli numeri, oltre che fortemente condizionata dal censo e dalla residenza. Ma sopratutto una selezione inefficiente, se si pensa che i bambini/ragazzi della stessa fascia di età, nel territorio cui fa riferimento un Conservatorio, possono essere migliaia o diecine di migliaia – se solo la formazione iniziale fosse delegata alle varie agenzie formative (smim, scuole civiche, private ecc.) presenti sul territorio, e la selezione per una scelta professionale avvenisse molto dopo, con l’accesso alla fascia accademica. E’ ben vero che in musica è importante l’aspetto dei talenti precoci, e questo è l’altro argomento principe a difesa del “vecchio” sistema dei bambini in Conservatorio. Ma per questi casi le norme consentono “corsie preferenziali”, e l’eccezione non può sostituirsi alla regola: un sistema di 80 istituzioni non può esistere “solo” per far emergere poche unità di eccellenze precoci ogni anno.
In conclusione mi sembra che l’indisponibilità dei Conservatori ad abbandonare il controllo totale del curricolo sia denominatore comune all’indisponibilità verso la pratica amatoriale della musica, e al disinteresse verso il sistema dell’educazione musicale sul territorio.
Perciò non mi sembra da escludere che l’attuazione del contestato DM 382/2018, “costringendo” i Conservatori a limitare fortemente il proprio intervento nella fascia iniziale del percorso formativo, possa innescare gradatamente un processo virtuoso, nel corso del quale possano trovare spazio tanto nuove relazioni fra Conservatori e scuole di musica, quanto fra i Conservatori e quegli studenti o aspiranti studenti che sono interessati ad un approccio alla musica non finalizzato a farne una professione.

