Renato Rivolta – Il rapporto con il pubblico e il mondo professionale – Amatori e professionisti in orchestra
Non lo faccio mai pubblicamente, ma oggi credo che sia utile raccontarvi qualcosa della mia storia personale, e condividere con voi delle emozioni. La mia presenza in questo contesto infatti è giustificata solo a metà, in quanto -come credo alcuni dei qui presenti sappiano- io ho avuto la fortuna di fare della musica la mia professione, e ciò mi è stato possibile abbastanza presto, forse solo in parte grazie alle mie capacità.
In verità il periodo nel quale, poco più che adolescente, mi affacciavo al mondo della musica senza avere idee molto precise né un piano strategico per ritagliarmi il mio posto al mondo, era un periodo nel quale forse da un lato c’era meno attività musicale diffusa nella società rispetto ai giorni nostri: ma in compenso c’erano più possibilità di inserimento a livello professionale continuativo nelle istituzioni musicali ufficiali (parlo di quelle italiane), e di guadagnarsi da vivere con la musica in modo meno precario di oggi.
Sarebbe molto utile che qualcuno si prendesse la briga di fare una inchiesta sociologica sull’evoluzione del mercato italiano delle professioni musicali degli ultimi 35 anni (forse qualcuno l’ha fatto), per capire se questa mia affermazione sia rispondente alla realtà oppure sia dettata dalla tendenza naturale di migliorare nella memoria il passato, colorandolo di una tinta più rosea di quanto effettivamente fosse. Questo argomento esula solo in parte dall’argomento di questa giornata, perché forse tra i musicisti “amatoriali” ci sono anche persone che per diversi motivi non hanno voluto, o non sono state come me così fortunate da riuscire a fare della musica il loro mestiere.
Per farla breve, io ho avuto la fortuna di svolgere la prima lunga parte della mia vita di musicista, durata 15 anni, come professore d’orchestra in alcune importanti orchestre italiane, inclusa quella della Scala. Io sono stato qui presentato come “direttore d’orchestra, docente, violinista amatoriale”. Dunque perché amatoriale, se ho fatto il professore d’orchestra a lungo? Semplicemente perché in orchestra, da professionista, suonavo un altro strumento.
Molti amici e colleghi che mi conoscono da allora mi chiedono tuttora la ragione per la quale non soltanto sono uscito dall’orchestra, ma ho anche smesso di suonare quello strumento: non se ne capacitano. Non è interessante qui spiegarlo, e forse nemmeno io conosco fino in fondo il perché. Nella vita di tutti ci sono delle svolte e dei ripensamenti: nel mio caso, a un certo punto iniziai ad avere occasioni di lavoro come direttore. Mi sembrò una cosa che mi riusciva abbastanza naturale: ma mi resi conto che svolgendo già anche il mio lavoro di docente, dovevo concentrare in queste due attività le mie energie.
Ma avevo lasciato dietro di me due cose, e a un certo punto venne il tempo di recuperarle: la prima era il violino, che avevo iniziato a studiare da giovane un po’ per conto mio, privatamente e disordinatamente insieme all’altro strumento, e che avevo poi abbandonato quando con quest’ultimo divenni professionista. Ma la convinzione che il mio vero strumento fosse il violino è sempre stata con me: era una passione che avevo segretamente coltivato da sempre in modo molto intermittente, che ora ritornava più forte di prima e che sembrava un destino mancato, potente e inevitabile.
Suonare il violino, pur con i miei attuali scarsi mezzi tecnici e con tutto il ritardo non più recuperabile per raggiungere un livello dignitoso, mi da comunque una pienezza che non ho mai provato con altri strumenti (da adolescente, come tanti, sono stato anche chitarrista rock e saxofonista). Non è solo per il repertorio del violino, così ricco di capolavori. È una cosa più profonda e istintiva: come una affinità elettiva, la sensazione che il mio corpo sappia già da sempre, oscuramente, cosa fare sullo strumento, e studiare il violino sia semplicemente rendere il mio corpo più cosciente e consapevole dei movimenti muscolari giusti da fare per realizzare ciò che l’orecchio interno sente e desidera. Studiare e suonarlo é una specie di ascesi, di yoga: una disciplina mentale e fisica, un esercizio di concentrazione, un andare in trance però mantenendo la mente profondamente lucida e vigile. Una trance favorita e potenziata da un movente estremamente piacevole, abbandonarsi alla musica, identificarsi in essa, dimenticandosi di se stessi.
La seconda cosa che avevo lasciato dietro di me era lo stare dentro una orchestra. Far parte di un’orchestra mi è rimasto nel sangue, come una seconda natura che ho sviluppato nei miei anni da professionista, e anche un modo per disciplinare ed educare il mio carattere un po’ anarchico e irrequieto. Lo confesso: io amo profondamente gli orchestrali. Li amo con tutto il mio cuore, mi riconosco nei loro pregi e difetti, mi sento un po’ uno di loro, anche quando dirigo. Li amo perché sono tutti un po’ schizofrenici: mi piace da pazzi il loro mondo sempre in bilico tra il nobile e il casermeccio, il loro saper essere certe volte dei grandissimi artisti, altre volte degli onesti artigiani, altre volte ancora dei volgari cialtroni.
L’orchestra infatti è un organismo molto complesso e affascinante dal punto di vista delle dinamiche psicologiche. È come una copia in miniatura della società umana. Nell’orchestra coesistono formae mentis del tutto diverse. Essere un violinista “di fila”, come a me capita quando ho il tempo per andare a suonare, significa adottare la forma mentis del lavoro in team: insieme agli altri violinisti conformarsi alle scelte tecnico/musicali del primo violino di spalla (colui/colei che sta al primo leggìo, di fianco al direttore) il quale a sua volta si uniforma alle istruzioni/indicazioni che riceve dal direttore dell’orchestra. Sarebbe molto lungo qui descrivere nei dettagli questa fenomenologia molto complessa. Dico solo che mi affascina viverla, stare nella “fila” e osservare le dinamiche – sopratutto quelle umane – che vi avvengono, perché nella mia precedente vita da orchestrale io suonavo uno strumento a fiato, quindi la mia esperienza era tutt’altra: rispondevo solo di me stesso, qualsiasi errore mi capitasse di commettere in una delle mie uscite solistiche rischiava di rovinare tutto.
Affrontare per anni questo tipo di stress inevitabilmente fa acquisire una mentalità diversa. Non mi dilungherò ulteriormente nell’illustrare i benefici e il piacere che procura la dimensione amatoriale della musica, quando essa sia praticata con l’attitudine giusta, quella della pura condivisione con altri di questo grande dono che è la musica, indipendentemente dal livello tecnico che si è in grado di raggiungere. La dimensione amatoriale è per sua natura scevra da ogni atteggiamento competitivo, che invece talvolta esiste tra i professionisti. Chi fa musica per diletto infatti non ha bisogno di dimostrare nulla al prossimo.
Per concludere, vorrei aggiungere un’osservazione che riguarda la mia attuale attività professionale, che è quella di dirigere e di insegnare la direzione d’orchestra. Far parte di un’orchestra è profondamente diverso dal dirigere un’orchestra, ovviamente. Io ho la fortuna di aver praticato e di praticare ancora entrambe le cose, e ho diretto anche molto spesso orchestre studentesche e amatoriali. Alla luce della mia esperienza di molti anni mi sento di affermare in coscienza che dirigere un orchestra studentesca o amatoriale è più difficile che dirigerne una professionale: bisogna tenere le redini ben salde, avere una tecnica impeccabile e saperla adattare alle caratteristiche dei musicisti con i quali si lavora: ma soprattutto bisogna trovare il modo più efficace per motivare, coinvolgere emotivamente e incoraggiare i musicisti a dare il meglio, indipendentemente dalle loro grandi o piccole capacità.
E vorrei anche dire, ai tanti aspiranti direttori che sperano in una rapida affermazione personale, che mandare più o meno insieme qualche decina di orchestrali è MOLTO PIÙ FACILE che suonare uno strumento. Incomparabilmente più facile: beninteso, per ottenere esecuzioni senza grandi pretese interpretative, e limitatamente al più tradizionale repertorio classico/romantico. Dirigere è relativamente facile: suonare è molto più difficile. Perciò consiglierei ai tanti direttori in cerca di scorciatoie per il successo di sedersi a suonare in orchestra per un po’ di tempo: sono certo che la loro comprensione della direzione e la loro formazione pratica ne trarrebbero grande beneficio. E’ proprio anche per questo motivo, oltre che per il piacere di suonare, che io continuo a fare il violinista in orchestra quando posso: perché vedere le cose da quel punto di vista é una prospettiva radicalmente diversa da quella del direttore, è un bagno di umiltà e una esperienza che rinnovo sempre con piacere. Non è indispensabile, beninteso: ma viverla é incomparabilmente utile, è un prezioso utensile, quando poi si sale sul podio.

