Perché i musicisti abbandonano le orchestre amatoriali?
I benefici della partecipazione musicale per tutta la vita sono stati ripetutamente dimostrati, eppure raramente ci si chiede perché non si impegnano più persone in questa attività. Quasi mai perché i musicisti abbandonano le orchestre amatoriali e smettono di praticare la musica d’insieme.
Abbiamo in realtà già provato a rispondere a questa domanda per l’Italia, rilevando grandi carenze nel riconoscimento della musica amatoriale che spingono i musicisti che non riescono a trasformarsi in professionisti ad abbandonare lo strumento.
Ed è interessante notare come la risposta che danno due autori inglesi alla stessa domanda – nonostante le differenze fondamentali del settore musicale amatoriale, che in UK è immensamente sviluppato – sia molto simile da un lato, poiché vi si rileva un problema educativo, ma anche più specifica dall’altro, perché si basa su studi empirici e riguarda anche la stessa vita sociale di gruppi musicali che in Italia ancora non esistono o sono in numero molto limitato.
La vita fuori dall’orchestra
Nell’articolo “Dropping in and dropping out: experiences of sustaining and ceasing amateur participation in classical music“, pubblicato sul British Journal of Music Education, Volume 33 Issue 3, Novembre 2016 , pp. 327-346, Stephanie E. Pitts e Katharine Robinson si chiedono proprio quali sono le ragioni che spingono a non suonare più.
Gli autori hanno intervistato diciotto membri (attuali e passati) di ensemble amatoriali per esplorare i temi dell’accettazione sociale, della soddisfazione musicale e della fiducia e valutare come le circostanze personali e sociali influenzino la continuazione delle attività musicali degli adulti.
Lo studio evidenzia molte barriere alla partecipazione musicale durante tutto l’arco della vita, non ultimo la misura in cui altri aspetti della vita (lavoro, affetti, famiglia…) si intromettono nella vita musicale. Inoltre, molteplici fattori (opportunità, attitudini, abilità…) si intersecano in modi imprevedibili e influenzano la probabilità di continuare o di riprendere a suonare.
Ma soprattutto si rileva che non esiste un percorso lineare che porta da essere studenti di musica a diventare in età adulta musicisti amatori. Sebbene le esperienze scolastiche di partecipazione musicale siano molto apprezzate la partecipazione musicale è vincolata alle decisioni del maestro e ciò scoraggia la possibilità di cercare altre esperienze al di fuori dei contesti istituzionali. Insomma la situazione è molto simile a quella dei Paesi con un sistema educativo musicale di stampo esclusivamente professionalizzante, con la significativa differenza che in Francia e Italia – per esempio – è il sistema di insegnamento formale a determinare la struttura dell’insegnamento, altrove questo avviene a livello individuale da parte del singolo insegnante.
Questo dimostra ancora una volta la responsabilità fondamentale che hanno insegnanti e genitori nel rendere chiara, possibile e attraente l’esistenza di un percorso di coinvolgimento musicale che porti gli studenti a diventare musicisti amatori da adulti.
E’ molto interessante notare che questo problema si presenta in vari gradi in base al repertorio e al tipo di musica: è un problema enorme nell’ambito della musica classica, è una preoccupazione per le strutture del “programma bandistico” dell’educazione musicale – per esempio quella statunitense (Mantie & Tucker, 2008) – è decisamente meno problematico nelle culture di apprendimento tra pari della musica popolare o leggera (Green, 2002).
La vita all’interno dell’orchestra
Oltre ai limiti alla partecipazione posti dal mondo esterno e alla bassa considerazione che ha l’educazione musicale apertamente amatoriale (se esiste…), le orchestre e i gruppi amatoriali hanno anche dei loro problemi interni del tutto peculiari. Parliamo del rifiuto da parte di chi – pur desiderando suonare e dedicando tempo a questa attività – si ritiene o inadatto o ritiene non adatto sé un gruppo (o qualunque gruppo).
Perché ciò accade?
Un’orchestra è un ottimo esempio di solidarietà organica durkheimiana: tutte le sue sezioni e i suoi musicisti devono suonare bene insieme e il risultato finale è determinato dalla velocità dell’ingranaggio più lento. Nel caso dell’intonazione – per esempio – basta un solo musicista non intonato correttamente e se anche tutti e 100 gli altri fossero perfettamente intonati l’accordo suonerà comunque male. Questo limite intrinseco per i potenziali nuovi membri e per quelli esistenti pone una grande pressione sui singoli e dunque amplifica le inevitabili discrepanze che esistono tra gli obiettivi personali e quelli del gruppo.
Come abbiamo visto nel caso del Sistema venezuelano di orchestre fondato da Abreu, anche in un’organizzazione apparentemente molto compatta esiste sempre una differenza tra gli obiettivi personali e quelli del gruppo e questa è una delle cause principali specifiche di molte decisioni di cessare la propria attività musicale. Un punto chiave che emerge nelle narrazioni degli intervistati della ricerca di Pitts e Robinson è infatti proprio che per molte persone che hanno abbandonato “i direttori d’orchestra e gli stessi membri degli ensemble amatoriali dovrebbero avere maggior comprensione dei bisogni e delle aspettative dei loro musicisti“.
Questo vale in due sensi: da un lato molte persone preferiscono rinunciare piuttosto che essere messe di fronte una sfida musicalmente troppo grande, dall’altro lato chi si sente più capace e vuole spingere di più tende a non voler suonare in un’orchestra di dilettanti e preferisce spesso smettere di suonare.
Molti appassionati hanno grandi aspettative, passano anni sullo strumento, conoscono la musica e sanno come “dovrebbe suonare”. E perciò – come mostra Park Jeong Hwa nel lavoro “On the margin between “high” culture and “ordinary” everyday life: Social organization of the amateur orchestra and its musicians“ – finiscono con il pensare che le orchestre di musicisti amatoriali volontari non siano all’altezza del loro standard di esecuzione “alto”.
Altri musicisti invece hanno il timore di non essere loro all’altezza, di trovarsi davanti a uno scoglio troppo difficile da affrontare. Magari perché si sono avvicinati allo strumento da adulti e pochi anni prima ma desiderano essere inclusi solo se possono imparare ad un ritmo non troppo veloce. E se il ritmo è troppo veloce riceve maggior soddisfazione chi ha maggiore preparazione e ambizione musicale e diventa prioritario il tema della qualità, rispetto a quello dell’inclusione. Dunque non tutti trovano spazio. E molti vengono esclusi o rinunciano essi stessi.
Per questo nel presente delle orchestre e dei gruppi amatoriali stanno sempre più emergendo forme come le “New Horizons Bands” (Dabback, 2008) e le “Terrible Orchestra” (Cottrell, 2014), quasi un inizio di una ribellione contro le strutture convenzionali degli ensemble amatoriali. E questo ovviamente apre a nuove forme di partecipazione che consentono fluttuazioni tra i membri, maggior capacità di rispondere alle differenti esigenze musicali e personali dei musicisti non professionisti e che sono più efficaci nella dimensione della socialità piuttosto che in quella della qualità musicale.
Parallelamente alla dicotomia qualità/inclusione, ve ne è una sul piano dell’impegno. Il senso di impegno “tutto o niente” – l’adesione alla vita dell’ensemble a costo di qualche sacrificio – per quanto sia funzionale alla vita di ogni gruppo, è controproducente dal punto di vista di coloro che sono messi sotto pressione dal lavoro o dalla famiglia, o per chi ha ancora l’impressione che entrare a far parte di un’orchestra sia un passo troppo grande per le sue abilità.
Ed anche in questo ambito stanno crescendo i gruppi che permettono un impegno dosato e limitato in base alle proprie esigenze (come i Cambristi nell’ambito della musica da camera o ACMP negli USA).
Naturalmente questi gruppi alternativi non sono necessari per molti degli attuali membri di orchestre e gruppi amatoriali, e quindi dovrebbero svilupparsi in parallelo, ma offrono una preziosa opportunità da un lato di smarcarsi verso l’alto da parte di alcuni gruppi, dall’altro di ampliare l’accesso alla partecipazione musicale permanente ad altri gruppi di musicisti e quindi per articolare e dimostrare i suoi benefici in modo più ampio.

