Amatori sì, dilettanti no grazie!
Questo articolo analizza una possibile differenza tra professionisti, amatori e dilettanti. Abbiamo già discusso la differenza tra un professionista e un amatore, ed ora vogliamo domandarci se c’è qualcosa che distingue un amatore da un dilettante. O che potrebbe farlo.
Il termine “dilettante”, così come il termine “amatore”, indica sia chi svolge un’attività per diletto e senza scopo di lucro sia chi lo fa senza una specifica competenza. Con quest’ultimo significato è a volte usato in senso dispregiativo, a indicare negligenza o superficialità: il dilettante ignora ciò che il professionista sa (o dovrebbe sapere). L’atteggiamento “professionale” è dunque per opposizione quello di chi “sa ciò che fa”.
Ammessa questa definizione, cosa esattamente “non sa” il dilettante? Di che tipo di ignoranza parliamo? Amatori e dilettanti ignorano la stessa cosa?
Karl Popper afferma che:
La vera ignoranza non è l’assenza di conoscenza,
ma il rifiuto di acquisirla
Ci sono infatti perlomeno due tipi di ignoranza:
- quella di chi sa di non sapere (anche un professionista sa che ci sono campi o settori in cui non è competente)
- quella di chi crede di sapere tutto, non esercita più la sua curiosità e non è più aperto a lasciarsi sorprendere da opinioni diverse dalle sue.
Su questa base forse possiamo fare allora una distinzione tra amatore e dilettante. Questa:
L’amatore non ha forse tutte le abilità tecniche richieste dagli standard professionali ma – almeno – “sa che non sa“, conosce i suoi limiti e ammira e rispetta chi ne sa più di lui, come un corridore o un nuotatore ammirano gli atleti olimpionici o un astrofilo Stephen Hawking. In senso popperiano, quella dell’amatore è un’ignoranza positiva: quella di chi non ha ancora delle conoscenze ma che vuole colmare le sue lacune. In questo senso i musicisti amatori sono il pubblico, gli allievi, i primi sostenitori dei bravi professionisti: vanno a lezione (e ci mandano i loro figli), ai concerti, comprano dischi, cd, strumenti e spartiti… sono curiosi, attenti e hanno voglia di suonare sempre meglio e sapere sempre di più del loro fantastico hobby: la musica.
Un dilettante – nel senso spregiativo del termine – è invece una persona che “non sa di non sapere“. E’ una vittima di qualcosa molto simile all’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi esperti a torto (mentre al contrario persone davvero competenti hanno la tendenza a sottostimare la propria reale competenza). Come corollario, spesso questi “dilettanti” si dimostrano estremamente supponenti (si dice per esempio dei tifosi che “sono tutti allenatori”). Ed è proprio il caso di quanti oggi in campo musicale, mediocri ma eccessivamente confidenti nelle proprie abilità, si propongono sottocosto in un mercato spesso grigio – se non nero – abbassando il livello e facendo dumping culturale a chi ha più talento di loro.
AIMA e i suoi soci sostengono e rispettano chi fa della musica una professione, respingono il dilettantismo che appiattisce il talento e promuovono invece un’amatorialità sana basata su principi condivisi, confidando che – persino in una situazione complessa e confusa come quella italiana (la notte in cui tutte le vacche sono grigie, per dirla con Hegel) – gli amatori possono avere un ruolo importante e diventare – come già sosteneva il Maestro Giacomo Orefice – il faro che illumina e distingue il vero talento dal resto, poiché “sono essi che formano l’opinione pubblica musicale del paese“. Non solo: le collaborazioni tra professionisti e amatori stanno assumendo sempre maggior importanza e anche in musica potrebbero nascere sinergie importanti tra il settore amatoriale e quello professionale.
Possiamo però trarre un’altra conclusione da questo discorso.
Inanzitutto, come scrisse Robin Sharma:
Every master was once a beginner.
Every pro was once an amateur.
Ogni professionista, infatti, sa benissimo di sapere molte cose, di essere un esperto nel suo settore. Ma proprio per questo sa anche di avere molti limiti e che ci sono moltissime cose che ancora non conosce o che non sa fare. Potremmo anzi dire che – socraticamente – più aumenta la conoscenza e si diventa “professionali”, più si diventa anche consapevoli della propria ignoranza.
Dunque, continua a sussistere una fondamentale differenza da un lato i professionisti e, dall’altro lato, gli amatori e i dilettanti: i primi ricevono un compenso per la loro prestazione, perché essa è – o dovrebbe essere – consapevole e basata sullo studio approfondito, i secondi no. Tuttavia amatori e professionisti condividono la consapevolezza dei propri limiti e il desiderio di oltrepassarli, anche se differiscono per la quantità di sapere che hanno acquisito e per il loro compenso. Infatti, come mostrato da Pierre François per l’istruzione musicale formale e come noto in campo sportivo, il limite tra amatori e professionisti è spesso nella realtà più labile di quanto supposto e sono sempre esistiti – e continueranno ad esistere – in ogni arte e in ogni disciplina amatori che – continuando ad approfondire le loro conoscenze – sono diventati grandi artisti, grandi scienziati, grandi sportivi. Non solo: emergono sempre più di frequente sinergie e connessioni in campo astronomico, informatico e anche musicale tra professionisti e amatori, o meglio – “Pro-Am”: appassionati non professionisti “informati, istruiti, impegnati e connessi tra loro”.
In conclusione, il vero discrimine è FORSE quello tra i dilettanti da un lato – appagati da ciò che sanno e forse anche un po’ supponenti riguardo al loro sapere – e gli amatori e i professionisti – curiosi di scoprire sempre di più e ben consapevoli dei propri limiti – dall’altro. La vera distinzione “di spirito” sembra piuttosto essere quella tra chi – sia che ne abbia poche, sia che ne abbia tante – desidera comunque ancora acquisire nuove conoscenze e chi invece sopravvaluta le proprie abilità ritenendosi esperto a torto e sacrificando la sua curiosità intellettuale sull’altare dell’autostima.
I RIFLESSI SUL MERCATO DEL LAVORO: IL DUMPING CULTURALE
Produzioni low cost (come quelle recentemente viste al programma XFactor), orchestre amatoriali usate per risparmiare sul costo dei concerti, gruppi che vanno avanti avanti con i rimborsi forfettari, il dilagante sommerso che pervade la prassi musicale, stimato da una ricerca della Fondazione Centro Studi Doc sul lavoro irregolare nel settore musicale tra 1,8 miliardi e 2,7 miliardi di euro.…
Sono queste le cause del “dumping delle competenze musicali”. Tutti questi fattori costringono molti artisti di talento a cercare miglior fortuna all’estero o a rassegnarsi a non avere un mercato in cui esercitare la loro professionalità, perché saturo di talenti inferiori che però, pretendendo meno soldi e offrendo a un pubblico sempre meno preparato uno spettacolo appena decente, ne impediscono il riconoscimento e la valorizzazione.
Dunque da un lato chi suona a livello amatoriale dovrebbero conformarsi a uno standard amatoriale che qui abbiamo provato a elaborare.
Ma anche chi fa musica a livello professionale dovrebbe adottare un comportamento eticamente sostenibile.
Un’idea molto interessante è il Codice Deontologico del Musicista Professionista, una carta di valori che si pone come una “carta specchio” che vuole invitare la categoria a riflettere sul proprio comportamento, e si rivolge a coloro che vogliano trarre una qualunque retribuzione, anche minima dalla propria arte.
Questo rappresenta probabilmente la differenza tra il dilettante e il professionista (o aspirante tale) e chi voglia guadagnare facendo musica deve avere un comportamento altrettanto professionale, non solo per preparazione e qualità artistica, ma anche in termini previdenziali e fiscali.

