Brevissima storia della musica amatoriale
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I MUSICISTI AMATORI: ALLE ORIGINI DELLA MUSICA
Nel medioevo si usava la musica fondamentalmente per il culto, in quanto rappresentava un modo per accompagnare la vita monastica o per esaltare il lato mistico del rituale religioso) ma già prima del Rinascimento trombettieri e tamburelli avevano un ruolo fondamentale nelle guardie civiche delle città: Caspar Bach, il nonno di Johan Sebastian, era Stadtpfeifer di Gotha, gestiva una piccola gilda di musicisti capaci di suonare più strumenti durante le celebrazioni: sia civili sia religiose.
Tuttavia è nello sfarzo seicentesco che emerge la funzione più propriamente conviviale della musica, tanto che il termine “dilettante” non era il connotato di “scarso”, ma identificava colui che voleva e poteva permettersi di suonare. Celebri in questo senso le raccolte per fortepiano del figlio di Bach, Carl Philip Emanuel, dedicate a “conoscitori ed amatori”, termini con cui si intendevano da un lato i “maestri” esperti, dall’altro i praticanti, di solito i ricchi aristocratici che assoldavano i primi.
LA PROFESSIONALIZZAZIONE ROMANTICA
Schubert, che compose le prime sinfonie e moltissima musica da camera appositamente per gruppi di amici, notava già che mentre i quartetti di Mozart o di Haydn potevano essere eseguiti da buoni dilettanti, per suonare Beethoven sarebbe stato necessario ricorrere a degli esperti. Nell’800 dunque – se da un lato con l’invenzione del pianoforte la musica diviene effettivamente un fenomeno da salotto più accessibile e divulgabile – dall’altro la musica necessiterà sempre più di “virtuosi” per essere eseguita. La nascita dei conservatori Italiani in quest’epoca risente ancora di tutta la forza di questa idea romantica di professionalizzazione musicale.
La professionalizzazione ha effetto anche sulla produzione orchestrale: le orchestre, nate sul modello dell’esercito napoleonico addestrato in reparti, condotte da Wagner e Berlioz, aumentano il loro organico. Associazioni orchestrali, borghesi, nascono in tutta europa, e diventano il nuovo simbolo dell’ascesa degli stati nazione capitalisti: enti privati che si mantengono grazie alla vendita di biglietti.
Questo modello privatistico proseguirà solo negli Stati Uniti (e per alcuni versi anche nel Regno Unito, dove con il movimento delle Settlement Houses l’educazione musicale assume quel ruolo welfaristico ma privato di assistenza sociale che aveva avuto nell’Italia del ‘600, quando i conservatori erano orfanotrofi). In Europa invece le orchestre diventeranno una delle più pure espressioni di nazionalismo.
IL ‘900 E LA SOCIETA’ DI MASSA
La nascita di nuovi mezzi di comunicazione – come la radio e l’LP – non sottrae spazio alle prestazioni dal vivo, anzi: in un crescendo durato fino agli anni ’70 del secolo scorso il ruolo sociale della musica viene assunto dall’educazione, che necessita esperti, che vanno opportunamente pagati e sarà solo grazie alla diffusione ad opera di radio e LP che la divulgazione della musica uscirà dalla dimensione fondamentalemnte educativa (e non sociale) determinata dalla profezzionalizzazione ottocentesca.
Chi fa della musica un modo di stare insieme più che una forma d’arte sta dunque sempre più entrando nelle considerazioni del mercato e non mancano risorse (anche culturali) a disposizione.
IL NUOVO MILLENNIO
Oggi chiunque voglia ascoltare un brano di Mozart trova la maggior parte delle sue composizioni in numerose edizioni diverse, gratuitamente ed immediatamente disponibili, se solo ha un accesso ad internet. Un secolo fa invece, se si voleva conoscere un brano musicale, si poteva non avere alternative al suonarlo da soli, soprattutto se si viveva fuori dalle grandi città.
In Nord Europa (la sola Inghilterra conta oltre 900 orchestre amatoriali), negli USA e anche in Giappone e in Venezuela sono state avviate avviato politiche di partecipazione musicale, cominciando a ricostruire, nel fare la musica, una specifica attenzione al suo valore pratico. Questo significa anche coltivare un nuovo ruolo sociale per quest’arte, da affiancare a quello culturale.
L’Italia è purtroppo fortemente carente nel riconoscimento e nel sostegno alle attività musicali amatoriali (non professionali) e nel nostro paese stenta ancora a decollare una specifica attenzione alla pratica musicale amatoriale, considerata ancora un fatto secondario rispetto al suo valore estetico e culturale.

